Lo Zen e il ristorante cinese clandestino in Mouraria

Ristorante cinese Lisboa illegale clandestino

Ristorante cinese Lisboa illegale clandestinoSecondo un proverbio cinese è difficile riconoscere un gatto nero in una stanza scura, soprattutto quando il gatto non c’è.

A Lisboa ci sono molti gatti neri, per lo più randagi, ma c’è anche un ristorante cinese conosciuto da molti e rinomato per la qualità dei suoi piatti. Chi lo cercasse però non riuscirebbe a trovarlo né sulle paginas amarelas, né sull’elenco telefonico, né su qualsivoglia sito internet, né tantomeno organizzando un rastrellamento militare in ogni angolo della città. La spiegazione del mistero è piuttosto semplice: questo ristorante cinese è illegale e clandestino, pertanto la famiglia che lo gestisce non ama investire in pubblicità scintillanti o mettere insegne luminose fuori dalla porta.

Ma ciò che colpisce clamorosamente è l’abisso di distanza tra le prelibatezze servite in questo luogo ameno e i piatti che si trovano nei ristoranti cinesi in giro per l’Europa: un po’ come paragonare le lasagne fatte in casa a economiche lasagne surgelate da supermercato, comprate in offerta stracciata sui fondi di magazzino, ripiene di ragù di pantegana adulta di città e lasciate a macerare per almeno 4 ore sotto al sole. Aggiungere una spruzzata abbondante di aceto andato a male e friggere di brutto con olio industriale, riutilizzato da almeno un mese. Tanto fritto è buono tutto. Ma soprattutto, qui si apre un paradosso devastante quanto incontestabile: un ristorante cinese legale, che paga varie licenze e dovrebbe venire controllato da rigide ispezioni sanitarie, propone una qualità infima rispetto a un cinese illegale, senza licenze, senza controlli, senza garanzie legislative per i clienti, che si autogestisce a sua discrezione. Il risultato è che nel cinese illegale si mangia infinitamente di più, incredibilmente meglio e pagando molto meno. Interessante. Magari si potrebbe applicare lo stesso principio a tutta la società, ma credo che altri ci abbiano già pensato molto prima.

Comunque, il fatto di cenare nel soggiorno di una famiglia cinese adibito a ristorante non ha prezzo: salette molto intime con tanto di televisore e collezione di dvd composta da sconosciute produzioni di Shangai. La zona fumatori è sul balcone, tra i panni stesi degli inquilini, mentre se si va in bagno si possono trovare spazzolini da denti e piastra per i capelli. Mentre osservo divertito l’ambiente, pensando al fatto che ora so perché i cinesi hanno i capelli così lisci, vengo assalito da un dubbio atroce: mi chiedo come farà questo ristorante a rimanere clandestino, dato che chiunque in città è al corrente della sua esistenza. Ma subito dopo vedo due poliziotti andare via senza pagare il conto e mi tranquillizzo immediatamente.

– Obligado, obligado – mi dice sorridente il grasso cinese di mezza età, facendo un rapido inchino con la testa. Potrebbe benissimo essere un automa, programmato per rispondere sempre allo stesso modo a qualsiasi domanda, sia essa sul piatto del giorno o sulle sorti del mondo.
Questa visione perturbante viene interrotta improvvisamente dalle risa dei commensali, che mentre scelgono tra gli involtini primavera e le nuvole di drago si divertono a imitare il forte accento del nostro cameriere. Non ho mai incontrato un cinese in grado di pronunicare la lettera R, ma allo stesso tempo non ho mai sentito nessuno di quelli che ora ridono parlare in portoghese corretto. D’altronde, neanche io sono mai stato in grado di pronunciare la R come richiesto dalla lingua italiana, se non in modo abbastanza personale, con un suono ruvido e gorgogliante, musicalmente orribile. Ma io non sono cinese, o perlomeno non ancora, visto che un giorno noi tutti verremo comprati dagli Yuan, quindi per ora non faccio ridere i presenti.
– Avete il pollo alle mandorle?
– Obligado, obligado.
– Il sakè?
– Obligado, obligado.
– Cosa pensi delle politiche di Deng Xiaoping?
– Obligado, obligado.
– Va bene, allora… – indicando sul menu – humm… prendo questo e questo. Chissà cosa cazzo ho ordinato…
– Obligado, obligado.

Al centoquarantaduesimo obligado vengo colto da un’illuminazione improvvisa. Il suono ripetuto di quella sequenza di sillabe mi proietta ipnoticamente in uno stato di estasi cristallina, come fosse una formula magica, o il koan di un maestro zen.
Il mio cameriere zen.
Illuminato dal mio Maestro, mi è immediatamente evidente l’identità mistica e ancestrale che congiunge le parole obrigado e arigatò, unite in un ringraziamento simbolico all’unità primordiale del cosmo, che ruota in equilibrio nell’alternanza di ying e yang. Il grazie portoghese, o-bri-ga-do, e quello giapponese, a-ri-ga-tò, sono praticamente identici, soprattutto nella pronuncia, e non può essere un caso.
Credo fortissimamente nel caso, nel fatto che la vita sia una fortuita casualità, nel fatto che l’universo sia l’inaspettata conseguenza di un’esplosione colossale e casuale, nell’incontrovertibile verità che tutto quanto avviene completamente a caso. Però non credo alle coincidenze. Il mio cameriere zen è cinese, non giapponese, è vero, ma questo non toglie nulla alla portata della scoperta. Scoperta che ridefinirebbe il concetto di lingua latina, fornirebbe l’anello di congiunzione tra il giapponese e le lingue indoeuropee, secoli di filologia da buttare via, una nuova concezione della storia…
– Mi passi la salsa di soja?

 

Continua… qui

 

3 Comments on "Lo Zen e il ristorante cinese clandestino in Mouraria"

  1. Uhm, vediamo se ho capito bene:

    Un PORTOGHESE incontrò un GIAPPONESE (ma quando?? e dove??) e il risultato di questo ipotetico scambio linguistico, fu la nascita di due parole simili nella scrittura, dello stesso significato, e dalla pronuncia pressochè identica; parola che però troviamo sulla bocca di un CINESE!!!

    Sono in fermento!! La curiosità è donna!!

  2. la seconda parte?

  3. La seconda parte non è ancora stata pubblicata per varie ragioni:
    a) quest’articolo era in realtà un raffinato test psicoattitudinale per valutare la soglia di attenzione dei lettori
    b) il seguito è stato cestinato dall’equipe di scimmie antropomorfe stagiste non remunerate che compongono la redazione, a causa di contenuti espliciti e socialmente indecorosi, ma soprattutto perché quel giorno erano finite le noccioline
    c) la seconda parte à già stata pubblicata in un altro luogo del web e la decisione di non ripubblicarla qui rappresenta una critica radicale alla ridondanza autoreferenziale che caratterizza l’era della bulimia dell’informazione
    d) è stata pubblicata su questo sito, ma la NSA l’ha immediatamente censurata per i suoi contenuti eversivi a livello planetario. durante il blitz del commando speciale SEAL Team Six hanno perso la vita ben 7 scimmie antropomorfe che cercavano di difendere i server di italiani a lisbona facendo scudo con le loro risibili aspettative da stagista
    e) la scelta di lasciare il racconto in sospeso va interpretata come un omaggio poetico al non finito di Michelangelo e, più in generale, come una riflessione sul valore euristico dell’assenza nel contesto di un’ermeneutica della finitudine
    f) mi sono dimenticato che dovevo pubblicare la seconda parte
    g) il seguito verrà pubblicato molto presto, in una data significativa
    h) il seguito non esiste
    Queste ragioni sono tutte ugualmente vere, potete scegliere quella che preferite.
    Peace.

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