Italia e Portogallo: lavoro, equazioni e disoccupazione

Italia e Portogallo, lavoro e disoccupazione a Lisbona

Italia e Portogallo, lavoro e disoccupazione a LisbonaCome sosteneva un distinto signore canuto e tecnicissimo, i giovani italiani si annoiano a morte alla sola idea di avere un posto fisso, uno stipendio regolare, un futuro qualsiasi. Quindi molti di loro cercano avventure più stimolanti nei meandri dello sfruttamento, del precariato e della miseria, ma non perché abbiano bisogno di mangiare, bensì perché è molto più divertente non sapere se si arriva a fine mese. Figurarsi poi se qualcuno li obbligasse ad avere la certezza di uno stipendio assicurato per qualche tempo: i giovani fuggirebbero impauriti perché, si sa, adorano l’imprevisto, i cambiamenti, le novità, o per usare una geniale espressione dei nostri tempi, la flessibilità.

Di conseguenza molti disperati scappano all’estero per trovare fortuna, nel senso di fortuna di non rimanere disoccupati ancora prima di avere cominciato un percorso professionale. Per chiarire ogni equivoco e per rispondere a chi ci chiede se qui c’è più lavoro che in Italia, sarò schietto: Lisbona e il Portogallo non sono il novello eldorado, al contrario, anche qua la situazione è drammatica, come del resto in tutto il sud dell’Europa. Gli analisti economici ci chiamano PIIGS o GIPSI, maiali e zingari, due simpatiche espressioni che definiscono i paesi con le economie più sfasciate del vecchio continente: Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna. L’altro termine, GIPSI, ha il vantaggio di ordinarli secondo il tempo che resta prima del collasso, partendo dalla Grecia per finire con l’Italia (la prima I è l’Irlanda); potete calcolare da soli il catastrofico conto alla rovescia.

Riassumendo, l’economia portoghese considerata nel suo insieme è peggiore di quella italiana, anche se si tratta comunque di una gara tra maiali e zingari di pari livello. Ma, ci sono sempre dei ma. Come dicevo, si parla di economia presa nel totale nazionale, il che, come in ogni generalizzazione, non rende conto di quello che avviene all’interno di questo totale. In altri termini, l’Italia è più ricca del Portogallo, ma siamo sicuri che nella penisola ci siano più opportunità che nella povera Lisbona? Gli insiemi delle rispettive economie nazionali non tengono conto di alcuni dettagli all’interno delle stesse, come ad esempio: truffe, privilegi, sfruttamento, nepotismo, tasse, spesa pubblica, evasione fiscale, lobbies, cricche, cupole, mafie, ingiustizie e ruberie varie. Ovvio, il concetto di paese più ricco non implica che tutti i cittadini di quel paese siano più ricchi, ma solo che i ricchi di quel paese sono molto più ricchi.

Tutti gli altri invece navigano più o meno nella stessa merda. L’Istat ha appena stimato che il tasso di disoccupazione giovanile in Italia sia oltre il 30%, uno dei più alti in Europa. In Portogallo la situazione non è migliore: quest’anno si è raggiunta la cifra record di 1.200.000 desempregados su una popolazione di 11 milioni, con un tasso di disoccupazione del 35,4% tra i giovani, una bella cifra che si candida a balzare in testa alla triste classifica. C’è un limite al peggio? Vedremo.

Detto questo, rimane la domanda: vale la pena trasferirsi in Portogallo per cercare lavoro? Forse proprio per cercare lavoro no; se il motivo che vi spinge è solo questo non aspettatevi di trovare più opportunità qua che nel bel paese. Ma di sicuro ha senso venire a vivere a Lisbona per un altro milione di ragioni.

 

4 Comments on "Italia e Portogallo: lavoro, equazioni e disoccupazione"

  1. per aprire un’attività invece?

  2. Condivido appieno la seguente riflessione:

    “L’Unione Europea che tutti volevano (almeno i politici), piano piano, si è trasformata in un mostro che sta distruggendo i singoli Stati che ne fanno parte. Un tempo gli Stati europei possedevano la propria sovranità, una sovranità che l’UE è andata rodendo poco a poco e che oggi sta usurpando, attraverso il controllo dell’economia e della politica delle singole nazioni. Pensate che solo qualche anno fa, chi diceva che un giorno l’UE minerà il potere dei singoli Stati che ne fanno parte, era ridicolizzato o additato come pessimista e cospirazionista. Oggi è una realtà.
    L’attuale crisi non si supererà perché è un punto ben preciso della transizione verso il sistema globalizzato mondiale. In altre parole, la crisi è stata voluta dalle stesse persone che oggi ci dicono come potremmo uscirne. Una presa in giro globale”.
    Insomma, è tutta una cospirazione? Sì. Non c’è bisogno di crederci o non crederci, è così. Un esempio concreto: la povera Africa. È la terra più ricca del mondo, tutti la sfruttano, usano la manodopera dei suoi abitanti e corrompono i suoi governanti. Poi ci vengono a chiedere di donare qualche soldo per la causa africana, per i bambini che muoiono di fame.
    Capite bene che è sempre una grande presa in giro”.

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